Buon compleanno col lotto

Fonte: http://www.publicdomainpictures.net/

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I regali migliori sono quelli che ti fai da solo.
Preso da un’improvvisa voglia di vecchi libri (i bibliofili mi capiranno), mi sono messo a cercare qualche buona occasione su ebay.
I mercatini dell’usato di paese sono posti molto più divertenti dove nutrire la propria passione per i volumi vissuti e consumati dal tempo, però il martedì sera, dopo cena, puoi scavare solo tra quelli on line.

Alcuni pezzi di pregio mi hanno subito respinto per il prezzo altissimo. C’era uno splendido fondo costituito da prime edizioni dell’inizio del ‘900 autografate dagli autori. Ma l’asta giunta quasi a duemila euro era evidentemente frequentata da collezionisti ben più facoltosi del sottoscritto.

Ho preso nota, anzi, messo sotto osservazione alcuni lotti e pezzi interessanti e non troppo costosi. Di solito aspetto gli ultimi minuti di contrattazione per decidere se inviare un’offerta oppure no.

E fu sera e fu mattina: arriviamo a mercoledì pomeriggio. Ora passo al presente storico, che nel racconto fa più tensione narrativa.

L’asta per un lotto di 63 volumi datati tra il 1901 ed il 1969 scade poco prima delle quattro. Ci sono già cinque offerenti che si stanno sfidando. I libri non sono di grandissimo pregio. La descrizione avverte chiaramente che alcuni sono da restaurare. Bene. Mi piace spennellare colla da libri. Mi piace l’odore. Il sapore.
Me la preparo da solo, la colla che uso su libri e fumetti. Ho messo a punto una miscela che mi garantisce resistenza ed elasticità dell’incollaggio. Per la durata, non so. Resiste, ma non sono passati così tanti anni dalla riparazione più vecchia.

Torniamo all’asta. Il prezzo è ancora basso e non credo salirà molto. Io stesso non voglio offrire più di 15 euro. Si combatterà su rilanci minimi. Circa un’ora prima del termine, mi decido. Offro 11 euro. Resto il miglior offerente per un quarto d’ora. Poi scatta la fase calda. In pochi minuti il prezzo non smette di salire, di mezz’euro in mezz’euro. Dopo queste schermaglie, sono ancora io il miglior offerente, a quota 16,50 euro. Il budget che mi ero concesso è già superato. Mancano 28 minuti alla chiusura.

Ho vinto? Gli altri si sono già ritirati? Aspettano l’ultimo minuto per fregarmi? Non lo so. Intanto pregusto la vittoria. Il gioco al rilancio mi ha divertito. Come una gara sportiva: sono così vicino che non accetterei di buon grado di perdere. Mancano sedici minuti.
Comincio a pensare che dovrei inserire una offerta massima di venti euro, per cautelarmi da rilanci dell’ultimo momento. Meno tredici e quarantadue secondi.

Decido di attendere senza rilanci, per assaporare la suspance fino in fondo. Mi preparo ad una nuova offerta. Una precauzione. Ho già vinto aste con un rilancio a quindici secondi dalla fine. Ancora cinque minuti e trentotto.

Ormai aggiorno la pagina ogni pochi secondi. Lo sguardo è fisso sul browser. Temo per l’integrità del tasto F5. Ancora la vocina della prudenza m’incita ad alzare l’offerta massima. Ma la sfida perderebbe il suo fascino. Uno e zerosette.

Mi preparo a schiacciare il bottone dell’offerta. Sono quasi sicuro che a trenta secondi dalla fine, il mio avversario rilancerà. E invece no. Ventotto, ventisette, ventisei…

Non può essere. Si sono arresi? Non mi fregano, attaccherano a meno quindici… parlo come un generale sul fronte russo, anche se non fa così freddo.

Intanto siamo già a meno dieci. Tengo la posizione. Ci siamo. Meno sette. Il dito è pronto. Penso ai libri. Li vedo nelle mie mani. Meno tre… due… uno…

Comprati.
Tanti auguri, Uti.

500 adesioni per la sopravvivenza del CICAP

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Ricevo e rilancio l’appello del CICAP, che sottoscrivo in pieno, aggiungendo alcune note personali.

Sono associato da alcuni anni al Comitato fondato da Piero Angela e ritengo il lavoro che viene svolto dai suoi membri effettivi assolutamente insostituibile. Il compito di educare al pensiero critico, indagando su affermazioni anomale, pseudoscienze, presunti misteri e disinformazione secondo un metodo scientifico è di per sé assai complicato. Il CICAP lo svolge da ventiquattro anni reggendosi esclusivamente sulle proprie forze (quote e lavoro volontario dei soci), raggiungendo un livello di credibilità tale da essere ormai riconosciuto come un affidabile punto di riferimento dai mass media, italiani ed internazionali.
L’aver conosciuto le persone che ne fanno parte, poi, non fa che rafforzare questa convinzione.

E’ molto importante non perdere una realtà così pulita, trasparente ed utile alla crescita culturale del nostro Paese da poter essere tranquillamente considerata un orgoglio per l’Italia. Soprattutto in un momento storico in cui la cattiva informazione, le teorie del complotto e le pericolosissime bufale pseudomediche hanno trovato un facile terreno di diffusione tramite internet (per non parlare delle trasmissioni-spazzatura sulle emittenti televisive private e – ahinoi – pubbliche).

L’intero staff di Teatri Scettici ed io vi invitiamo a raccogliere l’appello ed impedire che la storia del CICAP rischi di fermarsi. Vi invitiamo anche a partecipare alle iniziative del Comitato (conferenze, cene “magiche”, convegni, ecc.) per conoscere di persona “quelli del CICAP”. Non ne sarete delusi.

Potete trovare il testo dell’appello a questa pagina

 

500 adesioni per far vivere il CICAP (21/01/2013)

La scorsa settimana abbiamo lanciato un appello importante per tutti noi: il CICAP sta attraversando un momento molto difficile, le adesioni sono calate anche per colpa della crisi e poiché non riceviamo finanziamenti di alcun tipo, ma possiamo contare solo sul sostegno dei nostri Soci, temiamo di non essere più in grado di garantire tutte le nostre iniziative e attività.

Per questo motivo, abbiamo fissato un obiettivo che ci permetterebbe di riprendere fiato e ripartire con nuove energie:

RACCOGLIERE 500 ADESIONI DA QUI A MAGGIO!

Si tratta di un obiettivo raggiungibile. Sono decine di migliaia le persone che ogni giorno ci seguono attraverso i nostri canali web, per non contare tutti coloro che ci apprezzano per i nostri interventi sui media, e siamo sicuri che tra questi ce ne siano almeno 500 disposti a sostenere i nostri sforzi sottoscrivendo un’adesione o rinnovando la propria se è scaduta.

A volte le persone non si iscrivono perché non pensano che il loro contributo faccia la differenza, ma abbiamo davvero bisogno dell’aiuto di tutti. Per anni il CICAP è riuscito, pur con varie difficoltà, a garantire le sue attività con appena 2000 Soci, ora siamo scesi a meno della metà: ecco perché trovarne almeno 500 potrebbe fare la differenza.

All’indirizzo: www.cicap.org trovate una barra di progressione, un termometro insomma, che indicherà man mano il livello di adesioni raggiunto.

Invitiamo dunque tutti coloro che hanno a cuore le sorti del CICAP ad aderire, a rinnovare la propria adesione se è scaduta e a trovare nuovi Soci, girando questo appello ovunque sia possibile.

E SE SONO GIA’ SOCIO?

Se ne avete la possibilità, pensate a fare una donazione al CICAP, la potete detrarre dalle tasse. Potete fare unbonifico all’ordine di CICAP (IBAN: IT05J0103063120000000136631) oppure utilizzare PayPal facendo un versamento sull’indirizzo:paypal@cicap.org indicando la seguente causale: “Donazione a favore di CICAP, Ass. di Promozione Sociale, C.F.03414590285”.

CHE COSA ACCADRA’ SE NON RAGGIUNGIAMO L’OBIETTIVO?

Se a fine maggio saremo ancora lontani dai 500 nuovi soci che ci siamo prefissati, potremmo non essere più in grado di amministrare adeguatamente l’attività del CICAP e fare ciò per cui siamo nati ventiquattro anni fa, perché il nostro lavoro è volontario ma le spese di gestione e di amministrazione ci sono e possono essere ridotte solo fino a un certo punto senza compromettere l’efficacia del nostro impegno.

UN INCENTIVO ULTERIORE

Per incoraggiare tutti coloro che stanno pensando di aderire, o rinnovare un’adesione magari scaduta da un po’ di tempo, abbiamo pensato di organizzare un’estrazione a premi. A giugno, chiusa la campagna adesioni, organizzeremo un collegamento in diretta video con la sede del CICAP ed estrarremo 10 vincitori tra tutti coloro che avranno aderito al CICAP in questi mesi.

Che cosa si vincerà? Raccolte complete di Scienza & Paranormale, raccolte complete dei Quaderni del CICAP, raccolte con tutti i numeri di Magia, ingressi gratuiti al Convegno nazionale, partecipazioni gratis al Corso per indagatori di misteri…

COME ADERIRE E SOSTENERE IL CICAP

Per diventare Socio Animatore del CICAP, e ricevere il “welcome pack”, la rivista trimestrale Query e usufruire di sconti come quello del 20% al Convegno nazionale, sono sufficienti 50 euro. Si possono versare con un bonifico all’ordine di CICAP – Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale – Monte dei Paschi di Siena – c/c 1366/31 CAB 63120, ABI 1030, CIN J – IBAN CODE: IT05J0103063120000000136631. Volendo, si può anche utilizzare PayPal facendo un versamento sull’indirizzo: paypal@cicap.org.

Ma le possibilità di adesione sono numerose, da quella base di Socio Affiliato fino a quelle di Socio Sostenitore e Socio Benemerito per chi può permettersi un aiuto più consistente. A questa pagina è possibile trovare tutte le modalità e le combinazioni disponibili, anche per studenti, famiglie, pensionati e scuole:
http://www.cicap.org/new/articolo.php?id=273895

Ricordiamo inoltre che, accanto all’adesione, è possibile sostenere le attività del CICAP anche in altri modi:

• Donate il 5×1000. Qualcosa che non costa assolutamente nulla: quando fate la dichiarazione dei redditi, indicate come destinatario del 5×1000 (firmando nel riquadro indicato come “Sostegno del volontariato…” e indica nel riquadro il codice fiscale del CICAP: 03414590285). Se ce ne fate richiesta, possiamo spedirvi una serie di bigliettini pro-memoria che potrete distribuire ad amici e conoscenti che pensate potrebbero avere piacere a sostenere il nostro lavoro. C’è da dire che è dal 2010 che si può indicare il CICAP nel 5×1000, ma solo quest’anno che sapremo se e a quanto avremo diritto. Ci vorrà poi un altro anno ancora, sembra, per riuscire a ricevere (eventualmente) qualcosa. Dunque, nel frattempo, insistiamo e cerchiamo di aumentare il numero dei sottoscrittori: non importa infatti se avete un reddito basso, ciò che conta è il numero di persone che sottoscrive per un determinato ente.

• Formate un Gruppo locale. Partecipate alle attività dei gruppi locali della vostra regione e, se da voi un gruppo non c’è, pensate se non potreste essere proprio voi a farne nascere uno. Ne potete parlare con Marta Annunziata e Andrea Ferrero scrivendo a: gruppilocali@cicap.org.

• Pensate a un lascito. E poi, perché non programmare, per un futuro remoto, un lascito al CICAP? In quanto Associazione di promozione sociale iscritta ai Registri, infatti, il CICAP può, ai sensi dell’art. 5 della legge 383/2000, ricevere «donazioni e, con beneficio di inventario, lasciti testamentari, con l’obbligo di destinare i beni ricevuti e le loro rendite al conseguimento delle finalità previste dall’atto costitutivo e dallo statuto».

____________

Ufficio Stampa – CICAP
Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale

Casella postale 847, 35100 Padova
tel. e fax 049-686870
e-mail: ufficiostampa@cicap.org
www.cicap.org
www.queryonline.it

La vergogna nascosta dei leghisti in teatro

Un momento dello spettacolo 'Brundibar' (Foto: L'Espresso)

Un momento dello spettacolo ‘Brundibar’ (Foto: L’Espresso)

Nel giorno della memoria, in cui si ricordano i massacri nazifascisti avvenuti in Europa, non possiamo dimenticare che, in talune compagnie teatrali, operano persone compromesse, a diversi livelli, con ambienti razzisti. Su questo argomento non possiamo in alcun modo tacere, né accettare compromessi.
Il problema – ché di problema si tratta – passa spesso sotto silenzio. In città leghiste come Verona – realtà che ben conosciamo – addirittura, spesso non viene nemmeno percepita la contraddizione che esiste tra il mondo della cultura e dell’arte e la degradazione incivile del razzismo quotidiano.

Se il ricordo dei campi di annientamento nazisti deve servirci a non ricadere mai più in quel baratro, abbiamo l’obbligo civile e morale di essere vigili. E’ nostro dovere, quindi, segnalare ogni infiltrazione razzista, discriminatoria, omofoba, antisemita nella società civile.

Non può esserci arte e cultura dove sono presenti sostenitori, parenti, amici di leghisti. Ribadiamo con forza che non facciamo politica: il razzismo non è una ideologia, ma solo uno schifoso crimine. Sappiamo che c’è chi accoglie nella propria compagnia teatrale gentaglia di questo genere, come fossero persone qualsiasi. Lo fanno anche a costo di allontanare gli attori migliori, colpevoli di ripudiare il razzismo senza mezzi termini.
Quello che descriviamo non è uno scenario ipotetico: sappiamo con certezza che queste cose sono già accadute – e accadono – a Verona, una città che i Romani resero culla di civiltà ed i leghisti hanno oggi ridotto ad emblema della più imbarazzante incivile vergogna.
Supponiamo che i responsabili di queste compagnie abbiano il loro (apparente) tornaconto, ma non ha alcuna importanza. Ciolentare in questo modo la nobile arte del teatro non può avere alcuna giustificazione.

Nel giorno della memoria, vogliamo affermare con tutta la forza della parola scritta che l’impegno esplicito contro ogni forma di razzismo è parte integrante di qualsiasi attività culturale. Nella fattispecie, è un nostro impegno inderogabile. Ribadiamo, ancora una volta, che non abbasseremo mai la guardia su questo fronte, ed invitiamo i nostri lettori a fare altrettanto.

Mariangela Melato

"Travolti da un insolito destino nell'azzurro mare d'agosto", 1974

“Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto”, 1974

Come si fa a spiegare?
Ricordo benissimo la prima volta che la vidi in teatro. Era la Fedra di Racine, nella traduzione italiana di Giovanni Raboni. Un testo in versi, rimato, molto difficile. Fui impressionato da quella recitazione. Un attore impara a riconoscere quel qualcosa nel suono degli applausi che rivela lo stato d’animo degli spettatori. Tutto il teatro era commosso.
Gli spettatori uscivano dai suoi spettacoli più ricchi.

Sono pochissimi gli attori cui potrei paragonare la forza della sua arte. Ma lei sola era Mariangela Melato.
Le prossime generazioni non l’avranno. Noi siamo fortunati.
La ricordo con gratitudine.

Recensioni – Sorridi, S.G.Antenucci, 2012

sorridiSgA Sto provando a scrivere questa recensione da qualche settimana. Ogni volta butto via tutto perché mi pare di scrivere banalità.

Quando qualcosa non mi piace, è più facile. Invece, qui, ho la sensazione di non riuscire a descrivere tutto quello che ho trovato nel romanzo breve “Sorridi”. Il primo di Silvia G. Antenucci. Se ti stai chiedendo per cosa stia la “G.”, sappi che me lo sto chiedendo pure io.

C’è tanta roba, dentro. E non lo diresti guardando un libro che ha solo un centinaio di pagine.

La relativa brevità del testo, per quanto mi riguarda, da sola non spiega il fatto di averci messo meno di due ore per leggerlo. Certi aperitivi sono molto meno scorrevoli. Invece qui la prosa fluisce rapida, urgente, di corsa. Però è una corsa senza affanno. Asciutta. Come sudare borotalco. Ti pare una sensazione strana? Lo è.

Siamo in un futuro possibile, una dittatura dell’apparenza, dove la chirurgia estetica è prassi quotidiana. Qui tutti i cittadini sono uguali, ma nel senso di proprio uguali, omologati, massa senza individui. In una simile società, i diritti dei cittadini non vengono negati: semplicemente, non si usano.
Qui gli individui rappresentano un pericolo sociale, sono “deviati”, pecore che escono dal gregge. Vanno corretti.

Questo è lo sfondo del romanzo, che ci racconta un frammento della vita di Vittoria. A partire da quando viene dimessa dalla clinica, dopo la rieducazione. Prima era una col vizio di pensare per conto suo. Adesso finalmente non è più una “diversa”. S’è integrata. È riabilitata. Si ricorda persino di sorridere. Tutti devono sorridere. Se uno sorride è felice, no? Allora lo vedi che essere tutti uguali uguali è cosa buona e giusta? Il sorriso abbonda, in una società ugualizzata. Eppure…

Qualcosa non va. Vittoria sorride, ma non è contenta. La sua disintossicazione non è stata completa. Non ha ancora smesso di essere un individuo. Dubita che felicità voglia dire anche essere liberi di non sorridere. Ma può essere mai?

Vittoria è confusa. Comincia a cercare qualche resto della sua vecchia vita ribelle. Deve ritrovarsi. Negli anni che le hanno cancellato, però, mentre era in clinica, tutto è stato omologato. Anche i ricordi sono sostituiti da altre storie più gradevoli. C’è solo una persona che potrebbe aiutarla…

“Sorridi” è un augurio, ironico, in cui si nascondono due parti di insofferenza ed una di frustrazione. Più intenso di qualunque aperitivo. E non fa sorridere. Dalla prigione in cui Vittoria si trova a vivere, fatta di finzioni (e sorrisi), priva di sbarre, celle o serrature, non si può uscire, se non rinchiudendosi in casa e rifiutando di aprire la porta. Ma come si fa a resistere? Come si fa a tenerla chiusa, quella porta? A scegliere l’isolamento? Amore, a volte, è rinunciare.

“Sorridi” non è una storia di rassegnazione, ma una chiamata alle armi. Vittoria è una combattente. Con la forza e le insicurezze di chi, pure di notte, sa intravvedere la direzione giusta; “anche i ciechi alzano d’istinto gli occhi per guardare il cielo”.

Te l’avevo detto che c’era tanta roba.

E figurati che non ho nemmeno parlato dei riferimenti culturali sparsi per il testo, come vecchi amici (piacevoli incontri per chi sa riconoscerli, invisibili per tutti gli altri). E nemmeno ho citato quel dialogo alienante (alienato?), fatto di stereotipi e modi di dire, che finisce in un surreale inceppamento. Mi ha fatto sorridere.

Però quella censura senza roghi, che mantiene intatti gli involucri dei libri, manipolandone le idee… Confesso che quella m’ha fatto una certa impressione.

Un’opera prima che non nasce dal nulla. Vi si avverte l’urgenza esplosiva dell’artista che crea l’opera perché deve farlo, perché ha qualcosa da dire, subito. Adesso.

C’è, evidente, una certa padronanza dei propri mezzi espressivi, ma anche la netta sensazione – qui, forse, traspare la scrittrice al debutto – che non siano ancora del tutto esplorati. Insomma, mi pare che Silvia G. Antenucci abbia ancora molto da raccontarci.

Ma per cosa starà la “G”?

 

Scheda

Titolo: Sorridi
Autore: Silvia G. Antenucci
Editore: L’Erudita
Collana: L’urgente
Pubblicazione: novembre 2012
Categoria: Romanzo breve
Pagine: 104
ISBN-10: 8867700030
ISBN-13: 9788867700035

VeronaTeatro.Org e la desolazione del teatro veronese

Foto: www.lovingitaly.com

Foto: www.lovingitaly.com

Col progetto VeronaTeatro.Org abbiamo tentato di fornire alla comunità del teatro amatoriale veronese alcuni strumenti web “sociali” per intensificare la comunicazione tra le molte compagnie, favorire lo scambio di informazioni ed esperienze, moltiplicare le collaborazioni e dare agli appassionati un punto di partenza per conoscere la scena teatrale locale (ed i contatti utili per entrare a farne parte).

Il progetto non è mai decollato, nonostante gli apprezzamenti verbali e gli attestati di fiducia espressi da più parti al momento di presentarlo al pubblico.
Che cosa non ha funzionato? La risposta è desolante, nella sua semplicità. A Verona non esiste alcuna comunità teatrale. Esistono moltissime compagnie e gruppi, ma una scarsa consapevolezza di cosa sia il teatro ed una inesistente – per così dire – coscienza di classe.

I gruppi sono generalmente ambienti stabili, in cui il ricambio degli attori avviene per necessità di copione o per sostituzione e non per un consapevole lavoro di rinnovamento ed evoluzione svolto all’interno dei gruppi.
Per lo stesso motivo, gli attori solitamente tendono a non cambiare compagnia. Non conoscono alcuna ricerca artistica. Per molti il teatro è solo un passatempo divertente, non una attività culturale. Potrebbero affrontare con uguale entusiasmo un corso di acquerello o le riunioni al circolo della canasta.
Nessuna necessità di espressione artistica, nessuna urgenza di comunicare vuol dire anche nessuna spinta a far qualcosa di nuovo, a migliorarsi. La frase “associazione culturale” è poco più di una etichetta, una scatola priva di contenuto.

Sembrano parole dure? Lo sono. Ma scrivo ciò che due decenni di esperienza diretta mi hanno mostrato.
Ho visto in questi anni più gente interessata a scroccare thè e biscotti e scambiarsi pettegolezzi, che persone realmente interessate ad una qualche forma di crescita artistica.

Persone per le quali Tennessee Williams è una marca di whiskey, hanno persino provato a convincermi che voler cambiare, provare cose nuove o chiedere comportamenti professionali dimostrerebbe qualche presunto mio problema con il resto del gruppo.
Insomma, l’idea stessa di voler crescere artisticamente è, per questi attori improvvisati, del tutto aliena.

Molti gruppi, secondo questo modo di pensare, trovano normale non comunicare con altre compagnie, non scambiarsi idee, opinioni… a volte nemmeno conoscono gli spettacoli allestiti dagli altri. Ho visto registi proporre per anni spettacoli composti dai medesimi elementi, che il pubblico stesso giudicava sempre uguali, convinti, invece, di evolvere, pur rifiutando a priori “quello che fanno gli altri”.

Altri restano bloccati dagli stessi (presunti) attori, non disposti a studiare nemmeno per esprimersi correttamente in italiano. Un regista serio, a mio avviso, dovrebbe sbattere fuori dal palcoscenico chi, dopo anni, ancora non è in grado di interpretare un testo teatrale.
Ma le cose vanno diversamente. Ci si comporta come nei gruppi parrocchiali: tutti devono partecipare, così ci divertiamo. Aggiungiamo la scarsa circolazione degli attori (e delle idee), ed il risultato è quello che vediamo.
Gli unici ad essere allontanati dalle compagnie sono, alla fine, coloro che hanno realmente capacità e talento e che, in questo clima, si trovano come in una prigione, in catene.

Sia chiaro, si tratta di scelte legittime che mi guardo bene dal giudicare. Ciò che non si dovrebbe fare, invece, è propinare al pubblico pagante questa roba, spacciandola per teatro.

A far ben sperare, ci sono compagnie veronesi che rappresentano l’eccezione in questo panorama oggettivamente desolante. Ci sono compagnie di Verona al cui interno si svolge una reale ricerca espressiva, a partire dalla scelta e dall’adattamento del testo, passando per lo studio della messa in scena, fino alla preparazione dell’allestimento. I registi veri non hanno paura di scegliere gli attori più adatti per il testo, gli attori veri non si preoccupano di essere esclusi per le esigenze artistiche dello spettacolo.

Il teatro amatoriale non è, per questo, meno professionale. Una occhiata a quel che si fa altrove in Italia e nel Veneto stesso, può dare un’idea di quanto a Verona ci si ritrovi indietro.

Teatri Scettici

Logo_simpleTeatri Scettici è la naturale evoluzione del progetto VeronaTeatro.Org, originariamente dedicato al mondo del teatro amatoriale veronese.
Una evoluzione nel segno della liberazione dai legami, dai confini, dagli schemi culturali già visti. Abbiamo imparato le regole e la tecnica, adesso possiamo superarle per qualcosa di nuovo.

Il primo elemento di novità, quello più evidente, è il nome. Il singolare “teatro” è diventato un plurale, “teatri”, che intende comprendere le accezioni figurate del termine, nel senso di palcoscenici, panorami, paesaggi, situazioni.
Un plurale che vuol rappresentare anche le tante espressioni creative che possono essere contenute nella parola “teatro”. Musica, poesia, letteratura, danza, cinema, fotografia, pittura, scenografia, scultura, oltre, ovviamente, alla recitazione nelle sue varie declinazioni.

Anche il riferimento geografico, limitato e limitante, è stato abolito. Non solo perché sappiamo ormai guardare oltre i confini del nostro vicinato. Chi ha conosciuto la degradazione morale e culturale della Verona leghista, sa bene che per parlare di sviluppo e vivacità artistica, teatrale e civile, ora come ora, bisogna guardare altrove.

Tutto ciò, l’osserveremo e lo descriveremo secondo un atteggiamento critico, il più possibile oggettivo, del discorso artistico. Valuteremo il contenuto di un’opera in base al messaggio che viene inviato al pubblico.
Che si recensisca uno spettacolo o si lavori alla revisione di un copione, o ancora si lavori all’adattamento di un testo teatrale, è necessario tener presente la verità storica e scientifica della materia trattata.

Una tecnica registica e recitativa eccellente non serve a nulla se viene messa al servizio della promozione dell’astrologia, delle truffe dell’omeopatia, o dello sfruttamento della credulità.
Le idee diffuse tramite il mezzo artistico concorrono al giudizio di valore dell’opera.

Si potrebbe obbiettare che le idee dipendono dall’epoca storica, dal pensiero dominante, dalle morale comune. L’obiezione è corretta. Per questo il nostro riferimento saranno le conoscenze scientifiche.
Forse, cercare di applicare il metodo scientifico al mondo dell’espressione artistica, delle emozioni umane suscitate dalle opere teatrali, è un pericoloso azzardo. Noi crediamo di no e proveremo a farlo con la massima onestà intellettuale.
Siamo “scettici” in questo senso: il giudizio è sospeso fino alla conferma o alla smentita delle affermazioni sotto esame.

Nello stesso tempo, un artista ha bisogno anche di sapere se la sua opera ha un valore, di rendersi conto quali siano gli eventuali errori e quali i punti di forza di una interpretazione, in quali scene il ritmo del testo o l’idea del regista rendono lo spettacolo noioso o incomprensibile, frizzante e divertente, significativo ed educativo e cose così.

Dar forma a regole che definiscano un’atto creativo in base al suo valore culturale: questo è il compito che ci siamo assunti. Un compito immane e forse utopico. Ma ci proviamo.

Vorremmo che l’autore, l’interprete, il performer che desiderano progredire e migliorare nella propria arte, possano trovare qui indicazioni utili in questo senso. Allo stesso modo, ci piacerebbe che il pubblico fruitore possa sviluppare il proprio gusto per l’espressione creativa (e per l’educazione al pensiero critico) anche grazie al nostro lavoro.

A.F.

Quando il cabaret è DOC!

riceviamo e pubblichiamo
La DOC è una cooperativa di servizi per lo spettacolo che gestisce per conto di numerosi artisti pratiche burocratiche e fiscali.
Ma non è solo questo.
Ha infatti un comparto specifico, la DOC Live, dedicato alla consulenza ed organizzazione eventi, con cui ha seguito moltissime manifestazioni e concerti.
Dopo la bella esperienza dei due anni di laboratorio presso le Cantine De L’Arena, in collaborazione con Verona Cabaret, la DOC ha intrapreso una strada nuova e di possibile crescita del movimento comico cabarettistico scaligero.
Oltre ad avere tra i soci già alcuni ottimi professionisti della comicità, ha pensato bene di associare anche alcuni dei volti nuovi che si sono distinti nei due anni di laboratorio veronese e che per capacità e volontà di emergere si sono messi in risalto, muovendosi anche al di fuori del contesto cittadino e partecipando ad altri laboratori, come il Ridi’n’Bergamo gestito da Omar Fantini, lo Zelig Lab di Padova e il Colorado Lab di Varese, fino a mettere piede allo Zelig di Milano.
Hanno inoltre accumulato esperienza grazie a numerose serate in locali, teatri e piazze, creando collaborazioni e spettacoli nuovi.
Per questi motivi la DOC ha ritenuto opportuno coinvolgerli in una serie di nuovi progetti e rassegne dedicate al cabaret che prenderanno il via da ottobre in diversi locali veronesi.
 Il primo a partire è RISATE A KM 0, presso la Locanda Le Salette di Fumane (VR), in collaborazione con la cooperativa Azalea, che gestisce la parte degli spettacoli nel bel ristorante della Valpollicella.
A partire da martedì 11, e poi ogni due settimane, sarà quindi possibile cenare e godersi un’oretta di spettacolo in compagnia di un paio di comici DOC, che si alterneranno con sketch e personaggi per strappare una risata, aiutati magari dall’ammazza caffè.
Prima serata con Nicola Trocchia e Andrea Zappacosta.
Dal 23 ottobre prende invece il via NOCHE CABARET al Tres Deseos in via S. Maria Rocca Maggiore, dietro Piazza Isolo a Verona.
Il locale intimo e raccolto, con un piccolo palco, si presta perfettamente al cabaret stand up, tipico dei locali inglesi e americani, con un contatto stretto tra artista e pubblico e la possibilità di accompagnare le risate con delle ottime birre.
Anche questo sarà un appuntamento a cadenza alternata, ogni due domeniche, fino a dicembre.
Prima serata con Terenzio Traisci (Central Station su Sky ed MTV) e Alberto “Il Grezza” Grezzani.
Ma sicuramente la rassegna più interessante e qualitativamente più valida è quella che si terrà a mercoledì alternati presso le Cantine De L’Arena, che ormai ha preso il vizio di proporre qualità e varietà, non solo per quel che riguarda la musica. Che il buon Dio ci conservi questo locale in salute!
Il 19 ottobre partirà la stagione (8 gli appuntamenti previsti per ora) de L’Ora del Cabaret e vedrà salire sul palco ottimi professionisti, anche da trasmissioni televisive di fama nazionale come Zelig e Colorado.
Una formula nuova rispetto al laboratorio degli anni passati, dove numerosi comici proponevano brevi pezzi pensati principalmente per il formato televisivo. Durante quest’ora infatti i “Big” potranno spendere un po’ di tempo offrendo una visione più ampia del loro repertorio, potendo così muoversi con maggiore libertà, senza i vincoli dei tempi televisivi, o dovendosi limitare per dare spazio ad altri.
A fare l’apertura, o da spalla, a questi “Big” ci saranno sempre loro, i volti nuovi della DOC, a cui sarà data l’opportunità di salire su un palco di tutto rispetto e lavorare con dei signori professionisti.
 Fino ad oggi sono confermate le presenze di Omar Fantini (Nonno Anselmo da Colorado), Luca Klobas (Ratko da Zelig), i Cani & Porci (Nicola Trocchia e Max Guidetti da Animalaus), Diego e Paolo (da Zelig Off), Marzio Rossi e Alex De Santis (da Colorado e autori di Baz e del Saturday Night Live Italia), Cristian Calabrese (da Central Station e prossimamente a Zelig Off).
La prima serata vedrà come ospite principale Luca Klobas e per l’apertura Il Grezza.
La situazione comica a Verona si sta al fin muovendo, dopo anni di poca offerta al di fuori degli spazi teatrali, di barzellettieri della domenica, o di rassegne troppo brevi per lasciare un segno.
E comunque non c’era davvero un movimento cabarettistico nel veronese, o si limitava a pochi buoni attori, costretti a migrare verso altre città per riuscire anche solo a cominciare (vedi Dado Tedeschi, o Laura Magni).
Oggi qualcosa si muove, grazie alla DOC e alla passione di queste nuove leve.
Spendiamo ora alcune righe per parlare dei comici emergenti coinvolti nelle rassegne.
Andrea Zappacosta:
Milanese di origine, ha accumulato molta esperienza soprattutto alla radio (Radio Deejay, Radio 101, Radio Lupo Solitario) e collaborando con Giacomo “Ciccio” Valenti per alcuni spettacoli.
Trasferitosi a Verona inizia a fare cabaret con il laboratorio Verona Cabaret DOC, partecipa al laboratori di Zelig e Colorado e decide che questo sarà il suo futuro.
Si muove principalmente sui personaggi e sono ormai conosciuti dal pubblico il Genfri, meccanico milanese cinico e un po’ zotico, e Lino Pennino, cantastorie dalla parlata meridional-maccheronica, con il quale ripropone le fiabe classiche in una chiave più… adulta.
Giuseppe Forte:
Può vantare la partecipazione a numerosi laboratori del nord Italia e in pochi anni è cresciuto mangiando pane e cabaret dalla mattina alla sera.
Il più giovane tra le nuove proposte, ha maturato esperienza sia a livello teatrale che musicale e ha partecipato con buoni risultati ad alcuni prestigiosi concorsi di cabaret, come il Ridi’n’Ciociaria (2° classificato).
In breve tempo è riuscito anche a mettere un piede allo Zelig di Milano partecipando alle serate di Laboratorio Artistico.
Si cimenta di tanto in tanto in monologhi e uscite a schiaffo, ma i suoi cavalli di battaglia sono i personaggi di Tato Robotto, consolle di nuova generazione dalla dubbia efficacia, e Michael Carmeli, strampalato life stylist, sempre in vena di dare consigli per essere più glamour.
Alberto “Il Grezza” Grezzani:
Monologhista classico, con una propensione per la stand up comedy, non disdegna il ruolo di presentatore/spalla, o il mettersi alla prova con alcuni personaggi.
Nasce come cabarettista nel dicembre 2009 al laboratorio Verona Cabaret DOC e da lì prende il via per partecipare a numerosi laboratori, tra cui il Ridi’n’Bergamo di Omar Fantini, lo Zelig Lab di Padova, il Laboratorio Artistico allo Zelig di Milano, il Ridi’n’Blu di Davide Paniate, il Colorado Lab di Varese.
Dal 2010 è direttore artistico e presentatore del mini laboratorio CaBar@stra a Vicenza e ha collaborato con Diego Carli per l’organizzazione e la conduzione del Session Cabaret.
Finalista del Concorso per Giovani Cabarettisti Emergenti – premio Alberto Sordi del 2011, è nel cast della serata “8 Mile” del 25 febbraio allo Zelig di Milano.
La sua attività comprende l’organizzazione e la partecipazione ad eventi, serate di piazza e locali dividendo il palco con comici di Central Station, Colorado e Zelig, come Luca Klobas, Marzio Rossi e Omar Fantini.
Antonio “Gnollo” Mignolli
Giovane comico che può già vantare molti anni di esperienza sulle spalle, avendo frequentato a lungo la scena padovana dei locali.
Ha frequentato i laboratori Zelig di Marghera e di Padova, oltre naturalmente il Verona Cabaret DOC.
Collabora già da tempo con Diego & Paolo (Zelig Off) come spalla e si esibisce anche con Daniele Manfroi nel duo Spesso e Volentieri.
Il suo repertorio spazia dai monologhi di stampo classico, fino al non sense e ai pezzi musicali, distinguendosi soprattutto per l’intelligenza e la grande ironia dei suoi sketch.

Zelig Lab On The Road Verona

Riceviamo e pubblichiamo.

 

I laboratori di cabaret nella città di Giulietta non sono una più novità.

Dopo l’esperienza Zelig del 2006/2007 al Teatro Alcione, dal 2009, per un paio di anni, si è tenuto con buon successo il Verona Cabaret DOC, presso le Cantine De L’Arena, ormai punto fermo della scena musicale e spazio ideale per un tipo di cabaret raffinato, sia per l’ambiente che per la proposta e che ha avuto modo di ospitare e lanciare giovani talenti, ma anche professionisti affermati, come Omar Fantini (Nonno Anselmo a Colorado), Luca Klobas (Ratko a Zelig) e tanti altri.

Altre piccole realtà, per dimensioni o continuità, si sono affacciate e hanno decisamente attivato un movimento nuovo per la comicità a Verona, ma soprattutto di Verona.
Quest’anno il panorama si vivacizza ulteriormente con molteplici proposte di diversa portata e torna lo Zelig Lab On The Road, questa volta tra le pareti più contenute, ma più centrali, del Teatro Ss. Trinità.
Ma cos’è un laboratorio di Zelig?
In pratica è una palestra e una vetrina, per comici alle prime esperienze, o professionisti già affermati e con una lunga esperienza alle spalle.
In queste serate si provano davanti ad un pubblico pezzi nuovi, o di repertorio rivisitati, per testarne l’efficacia, il tutto sotto la supervisione di un autore mandato dalla Bananas, la società che gestisce il marchio Zelig.
Laboratori del genere ce ne sono una dozzina in tutta Italia e gli autori sono sempre in attesa di poter scoprire nuovi talenti e nuove idee da portare poi alla base centrale, lo Zelig di Viale Monza a Milano.
Infatti questi laboratori costituiscono solo il primo passo per sperare di poter accedere ad una lunga trafila che potrebbe portare a calcare il palco del famoso locale milanese.
Una gavetta non facile, lunga e che rispetta il celebre motto morandiano “uno su mille ce la fa”.
Sono infatti centinaia gli aspiranti comici che gravitano ogni anno attorno ai laboratori, nella speranza che il loro personaggio, o la loro idea, possa convincere l’autore di zona, che la trovi interessante e che la proponga presso il Laboratorio Artistico, la serata che si tiene ogni settimana allo Zelig di Milano e che ha come scopo proprio quello di visionare le novità e vedere se sono originali e funzionano.
Il passo successivo sono i provini per Zelig Off e, se tutto va bene, si mette finalmente piede in prima serata all’Arcimboldi.
Tutto questo lavoro (che può durare anni) in funzione della visibilità televisiva, che porta lavoro a quei comici che possono vantare riconoscibilità e passaggi sul piccolo schermo.
Per questa stagione tanti comici emergenti di Verona e molti professionisti si metteranno alla prova con il difficile pubblico scaligero, cercando di strappare una risata che possa essere foriera di una carriera sfavillante nel difficile mondo della comicità in TV.
Ad organizzare il tutto c’è Verona Cabaret, di Cristian Calabrese, già co-organizzatore del laboratorio alle Cantine De L’Arena e volto noto di programmi come Central Station (Comedy Central ed MTV) e prossimamente a Zelig Off.
Per la parte autoriale, a decretare chi salirà sul palco e potrà dire la sua, c’è Marco Del Conte, già autore di Raul Cremona e Diego Parassole.
I provini si terranno il 27 ottobre presso il Teatro Ss. Trinità, via Ss. Trinità 4 a Verona.
Per iscriversi ai provini: http://areazelig.it/lab.php

Estravagario in balera: un lungo prologo senza parole

Non amiamo in particolar modo gli spettacoli esclusivamente musicali. E conoscendo le opere cui s’ispirava questo “Balera Paradiso” proposto dalla compagnia Estravagario Teatro, siamo andati ad assistervi con la convinzione di passare una serata noiosa.
Come è andata? Vediamo di raccontarlo con ordine.

Innanzitutto annotiamo che il testo di presentazione dello spettacolo lo descrive come un libero adattamento (ad opera di Riccardo Pippa e Alberto Bronzato) de Le Bal“, spettacolo del Théâtre du Campagnol che risale al 1980, secondo la versione cinematografica offerta da Ettore Scola nel 1983. Tuttavia, entrambe le versioni raccontano la Francia, dove sono ambientate. Riteniamo invece che l’allestimento diretto da Alberto Bronzato sia più probabilmente ispirato alla versione teatrale italiana – di grande successo – che Giancarlo Sepe ha realizzato nel 1997 e replicato per i successivi quattro anni. È singolare, quindi, che questo spettacolo non sia nemmeno stato citato con gli altri antecedenti.

La Balera inizia nel silenzio. Il barman e la guardarobiera, uno per volta, preparano il locale all’apertura. L’impressione che abbiamo ricevuto dalla scena iniziale è stata di eccessiva lunghezza e staticità, impressione sostenuta anche dalla mancanza di battute da parte degli attori. Una prima conferma dei nostri timori, peraltro pregiudiziali, dunque.
Anche l’ingresso dei primi clienti della Balera ha inizialmente un ritmo lento, che però prende vigore mentre sfilano uno per uno davanti al pubblico, in una sorta di presentazione muta. L’espediente dello specchio immaginario sulla quarta parete per descrivere agli spettatori i caratteri essenziali dei personaggi, è stato l’elemento più vivace di questo prologo forse troppo lungo.

A questo punto però lo spettacolo prende decisamente un ritmo più piacevole, scandito dalla colonna sonora e dalle microstorie che avvengono sul palcoscenico, una dopo l’altra. Una vera e propria galleria in cui due fili conduttori s’intrecciano per mantenere viva la tensione narrativa. Da un lato, la successione dei costumi, delle musiche e dei rapporti tra ia personaggi raccontano in filigrana una evoluzione della società italiana nel corso del ‘900. Su un altro livello narrativo, invece, assistiamo alle storie individuali drammatizzate dagli attori.

La messa in scena dello spettacolo ci è parsa impeccabile. La composizione dei quadri, la scelta delle musiche, la sincronia col movimento degli attori e le coreografie molto ben curate hanno dato chiaramente la percezione di un accuratissimo lavoro registico. Possiamo tranquillamente sorvolare su alcune minime sbavature che probabilmente il pubblico ha subito dimenticato, seppure le ha notate. Da segnalare la presenza in scena, per buona parte dello spettacolo, di alcuni musicisti, cosa alquanto rara nelle compagnie amatoriali veronesi (solo il Gruppo Popolare Contrade, di Settimo di Pescantina, a quanto ne sappiamo, ha da sempre musicisti dal vivo in organico nei propri allestimenti).
La scenografia è apparentemente essenziale e curata nei dettagli, mentre i cambi scena sono affidati solo parzialmente all’illuminazione ed in misura più consistente agli apporti ed alle sottrazioni di elementi da parte degli stessi attori. Non possiamo tralasciare di menzionare i costumi ed il trucco degli attori, elementi che hanno contribuito in modo non secondario alla lettura del periodo storico da parte degli spettatori in uno spettacolo completamente privo di battute.

Siamo arrivati al punto. Gli attori svolgono i loro movimenti scenici senza emettere alcun suono. La mimica viene usata, certo, ma senza che sia richiesta una particolare intensità espressiva, se non in rari casi. Una scelta, questa, per cui possiamo accettare di usare il termine “sperimentale”. E possiamo anche, visto il risultato ottenuto e l’evidente apprezzamento del pubblico, considerare riuscito l’esperimento. Tuttavia ci pare che questo spettacolo sia adatto a mettere in risalto soprattutto la qualità della regia, e che non lasci granché spazio alla capacità espressiva degli attori, eccessivamente ingabbiati da una struttura fortemente ancorata alla colonna sonora e inoltre privati dell’uso della voce.

Rispondiamo dunque alla domanda iniziale. La serata è trascorsa meglio di come ci aspettassimo. Lo spettacolo è tecnicamente riuscito e gli spettatori hanno visibilmente gradito (i commenti che abbiamo raccolto al termine non lasciano dubbi in proposito). Tuttavia manteniamo tutte le nostre riserve riguardo questo tipo di allestimento, soprattutto per quanto concerne la libertà espressiva degli attori che qui ci pare forzatamente livellata (verso il basso?). Unico personaggio ad emergere è – a nostro parere, non a caso – quello del barista, presente in modo costante per tutto lo spettacolo, interpretato dal regista Bronzato con alcuni elementi che ricordano certi silenziosi “burattinai” nichettiani.

Una buona dimostrazione di bravura da parte della compagnia Estravagario, questo è il dato oggettivo. Ma la nostra personale impressione è stata quella di un lungo prologo senza recitazione.